ATTUALITÀ
OLTRE I PREGIUDIZI E LE LEGGENDE METROPOLITANE

La verità sui cinesi a Milano

Daniele Cologna, docente di lingua e cultura cinese all’Università dell’Insubria, ci accompagna alla scoperta della comunità che vive e lavora in città. Smontando pregiudizi e leggende metropolitane.

Daniele Brigadoi Cologna, ricercatore e docente di lingua e cultura cinese all’Università dell’Insubria, è uno dei massimi studiosi della migrazione cinese in Italia e nel milanese. Da lui viene un invito a guardare alla realtà, superando gli stereotipi e le leggende metropolitane (una su tutte, quella dei “cinesi che non muoiono mai”: dati alla mano, la media della mortalità è in linea con quella di tutte le altre comunità immigrate a Milano). 

Si dice che i cinesi siano poco aperti. E così?
No, quella cinese non è una comunità chiusa. E’ una popolazione di famiglie e persone che cerca di avere una vita dignitosa e di realizzare i propri sogni. Una dei fattori che può dare l’impressione di una certa chiusura culturale è la barriera linguistica. A un cinese occorrono almeno 1.000-1.500 ore di lezione frontale per giungere ad un livello discreto di competenza linguistica nell’italiano e lo stesso varrebbe per un italiano che volesse imparare il cinese. Capisce, quindi, le difficoltà che possono incontrare soprattutto le prime generazioni, che il proprio tempo lo devono necessariamente dedicare prima di tutto al lavoro. 

E allora come se la cavano?
La maggior parte fa quello che fanno tutti gli immigrati: si arrabatta in qualche modo. Impara la lingua del lavoro o una interlingua d’uso per le necessità del quotidiano. Per il resto si affida a degli intermediari, che in questo caso sono i figli. Sono loro a tradurre per i genitori. C’è una fetta importante di persone scolarizzate, di seconda generazione, che è ormai ben inserita nel tessuto sociale e anche economico-imprenditoriale della città. Molti milanesi continuano a pensare che i cinesi siano chiusi, ma non si rendono conto che magari nel corso della giornata si sono intrattenuti più volte con un cinese che ha fornito loro beni o servizi, comunicando con lui in italiano: in edicola, al bar, in un negozio, in un ristorante…

A quando risale il flusso migratorio più forte?
Il picco di arrivi dalla Cina si è avuto nel 2007. Quindi è seguito un calo dei flussi in arrivo, che però non ha comportato una diminuzione dei residenti. Oggi alcune popolazioni immigrate, come quella cinese, crescono soprattutto perché fanno figli. Nel milanese i cinesi residenti sono circa 28mila. Ma l’immigrazione dalla Cina sta anche assumendo un nuovo volto, quello dei giovani che vengono a studiare nelle nostre università e una volta laureati decidono di restare. È un cambiamento rilevante, che inciderà sempre di più nei prossimi anni. Si tratta di soggetti qualificati, cosmopoliti, che provengono da famiglie benestanti. 

Dove si concentra la comunità cinese a Milano?
Contrariamente a quello che si pensa, non a Chinatown. Nel quartiere Sarpi i residenti cinesi sono il 9%. La comunità è abbastanza distribuita in città. Ci sono residenti cinesi soprattutto alla Bovisa, a Dergano, a Villapizzone, a Crescenzago, in viale Monza, in via Padova, in via Adriano. Non c’è una dinamica di segregazione spaziale, e questo è un bene.

In quali settori sono più attivi?
I cinesi hanno una forte propensione al lavoro autonomo. Molti cominciano a lavorare alle dipendenze di connazionali, con l’obiettivo di avviare un giorno una propria attività. Sono persone che creano impresa, sia gli uomini che le donne. Il settore trainante è quello dei servizi, in particolare la ristorazione che oggi, dopo un periodo difficile, sta vivendo una fase di rilancio, soprattutto grazie alle seconde generazioni. Poi sono molto presenti in quegli esercizi di prossimità, spesso in quartieri non centrali, messi in crisi dalla concorrenza della grande distribuzione e del commercio elettronico. Esercizi che rilevano dagli italiani, liquidandoli anche molto bene, con prezzi a volte più alti del mercato. Dirò di più: quando subentrano i cinesi, oltre agli ex gestori, sono contenti anche i proprietari degli immobili, perché i cinesi pagano sempre, con regolarità, a differenza degli italiani. 

Facciamo qualche esempio.
Bar, edicole, mercerie, parrucchieri, ferramenta, negozi di casalinghi o di abbigliamento a basso costo, piccoli centri estetici, sartorie, tintorie, laboratori per la riparazione di cellulari e oggetti elettronici… tutte realtà che fanno quartiere e che gli italiani non vogliono più gestire per la loro bassa redditività. Certe zone, penso ad esempio a via Padova dove vivo io, senza le attività gestite da migranti sarebbero morte. 

Come fanno a stare in piedi queste attività?
Comprimendo le spese al massimo, facendo lavorare tutta la famiglia, allungando gli orari e i giorni di apertura, intercettando nuovi mercati e clienti. Faccio un solo esempio: quante donne con reddito modesto andavano a farsi rifare le unghie prima dell’avvento dei laboratori gestiti da cinesi, che magari non sono lussuosi ma hanno prezzi bassi? Poche. In definitiva, questi esercizi sopravvivono perché i proprietari fanno molti sacrifici, si accontentano di un margine di guadagno più basso e, di conseguenza, di uno stile di vita spartano. 

Molti si chiedono dove trovino i soldi per rilevare questi esercizi.
La maggior parte dei cinesi finanzia le proprie attività imprenditoriali, soprattutto quelle iniziali, attraverso i canali del credito fiduciario comunitario, attraverso reti di relazioni di reciprocità, soprattutto di tipo parentale. Questa cosa si può fare in varie maniere: la più efficace è il matrimonio. Moltissimi giovani ottengono i capitali per avviare un’impresa semplicemente sposandosi. La cerimonia può coinvolgere diverse centinaia di persone, provenienti anche dall’estero, ognuna delle quali versa un contributo economico che si aggira in media sui 500 euro. Capisce che con 500 invitati, si accumulano 250mila euro… ma spesso si raccoglie di più. Il principio è: oggi io aiuto te, domani tu aiuti me.

C’è chi parla di riciclaggio di denaro.
È una delle tante bufale. Intendiamoci, può esserci qualche caso di riciclaggio di denaro, ma non è affatto sistemico o dilagante. Così come esiste una qualche forma di criminalità cinese che ripulisce in attività lecite il denaro sporco ottenuto da attività illecite, ma questa non è la norma. La norma è fatta di persone oneste che si sacrificano e lavorano moltissimo per la sopravvivenza della propria impresa. In ogni caso a Milano la criminalità cinese, soprattutto quella più violenta, non trova alcuna copertura nella comunità ed è molto ben contrastata dalle forze dell’ordine.

C’è il caso dei centri-massaggi.
I centri-massaggi cinesi sono una realtà particolare. Ve ne sono alcuni dove si pratica qualche forma di prostituzione, ma i “bordelli” veri e propri sono una minoranza. Talvolta le ragazze hanno una specie di partnership d’affari con i proprietari. Quel che è certo è che non esiste un racket, con ragazze soggetto di tratta, come possono essere quelli controllati dalla criminalità organizzata nigeriana, albanese o ucraina.

Dal punto di vista religioso com’è orientata la comunità milanese?
La stragrande maggioranza si definisce buddhista, con un retaggio di culti locali. Abbiamo poi una componente molto forte di cristiani protestanti, mentre i cattolici sono una minoranza, più legata all’emigrazione originaria, risalente agli anni ’20-’30, con i primi matrimoni sino-italiani. A Milano non c’è un tempio buddhista, e questo è un cruccio, invece ci sono chiese evangeliche di riferimento.

Vedremo dei cinesi impegnati in politica a Milano?
Penso di si. Mi aspetto una maggiore visibilità in politica dei cinesi d’Italia, così come avviene negli altri Paesi europei. Qualcosa si sta muovendo. E mi aspetto anche una sempre maggiore partecipazione nelle associazioni imprenditoriali. Le nuove generazioni vogliono essere protagoniste.

 

26/03/2018
Mauro Cereda - mauro.cereda@cisl.it